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Magliette strappate di Claudio Spuri

Elsa Schiaparelli, l’abito con gli strappi del 1938
Elsa Schiaparelli, l’abito con gli strappi del 1938

Magliette strappate, moda punk e nobili antenati

Collegamenti, influenze e a volte insospettabili similitudini prendono forma nel lavoro di due stiliste, in verità, molto distanti tra loro. Prima una poi l’altra, separate da un ponte temporale e stilistico, per forza unidirezionale, lungo quaranta lunghissimi anni.
Due percorsi di vita e professionali, quelli di Elsa Schiaparelli e Vivienne Westwood, che seppur dentro contesti storici e sociali differenti testimoniano entrambi il loro medesimo ruolo attivo e anticonformista.
Durante gli anni Venti e Trenta Elsa Schiaparelli non si poneva limiti in ambito creativo. Disegnava, dava forma alla sua immaginazione e ai sogni, collaborava con grandi artisti, in particolare dadaisti e surrealisti, e inoltre affermava una nuova e più libera immagine della donna. Tutto questo fino a trasformare le sue creazioni in vere e proprie opere d’arte, uniche nel loro valore concettuale e visivo.
Una di queste opere è senza dubbio L’abito con gli strappi, un abito lungo da sera realizzato insieme a Salvador Dalì nel 1938, all’interno della sua collezione dedicata al Circo. Il vestito era caratterizzato dalla presenza di numerosi tagli fatti e disegnati direttamente sulla stoffa e la novità non fu certo soltanto estetica.
 
La presenza di quei tagli, su uno sfondo rosso come se fosse carne viva, era in forte contrasto con l’eleganza dell’abito e dichiarava una immediata rottura tanto nel tessuto quanto nei confronti di una società e di una moda in pericolo, fin troppo mascherate di finta eleganza e di eccessiva formalità. Più intenzionalmente i tagli erano una critica allegorica alla violenza della Guerra Civile Spagnola e agli avvenimenti che avrebbero portato di lì a poco alla Seconda Guerra Mondiale. La sperimentazione non si limitò ai tagli ma riguardò, anche qui influenzata dal dadaismo e del surrealismo, materiali e processi di stampa nuovi o quantomeno riutilizzati in modo non convenzionale, come ad esempio cerniere lampo, spille, collages e riferimenti alle ossa del corpo umano.
Vivienne Westwood e McLaren, Anarchy in the UK T-shirt, 1977
Vivienne Westwood e McLaren, Anarchy in the UK T-shirt, 1977 felpa con bandiera Inglese

Nuova forma alle convenzioni

Distruggere e poi ricostruire, cambiare le carte in tavola e dare nuova forma alle convenzioni con messaggi e linguaggi dirompenti. Difficile immaginare che, quarant’anni più tardi, molto di tutto questo si sarebbe ritrovato nella produzione di un’altra stilista, qual era appunto Vivienne Westwood, che con la sua eccentricità diede forma e voce alla rabbia, alla diversità e alla fantasia di una generazione di giovani, contribuendo così in modo determinante alla nascita della moda Punk e di molte tendenze a venire.
Vivienne Westwood insieme al suo compagno Malcolm McLaren (in seguito manager dei Sex Pistols) partì da stili e materiali tradizionali o di nicchia per poi reinterpretarli e trasformarli in soluzioni di di largo consenso.

Come Elsa Schiaparelli, anche lei andò oltre le convenzioni utilizzando il suo stile provocatorio come strumento di espressione personale e dando sempre più spazio al ruolo del corpo, all’uso della materia e alla loro reciproca influenza. Arrivò presto ad usare spille, borchie, scritte a mano e ovviamente abiti strappati, che lasciassero intravedere la pelle nuda. Usò in particolare le magliette perché queste a differenza di altri capi potevano parlare e, grazie alla propria superficie, avrebbero potuto facilmente veicolare pensieri, immagini e messaggi di ogni genere.
Ai giovani punk bastava comprare una maglietta bianca, strapparla e riempirla di scritte e spille per poter realizzare il proprio modello da indossare. Oggi, alcuni dei modelli realizzati da Vivienne Westwood e da Malcolm McLaren sono diventati oggetti da collezione e si trovano esposti in importanti musei.
Celebri sono la t-shirt con la copertina del primo singolo dei Sex Pistols Anarchy in the UK con una bandiera inglese fatta a pezzi e il cui originale fino a pochi anni fa valeva 1,300 sterline; la t-shirt Destroy con un crocifisso capovolto, una svastica e il francobollo della Regina decapitata; e infine la t-shirt God Save the Queen ideata per mettere in ridicolo l’anniversario del suo regno.

Così la t-shirt, per la prima volta nella sua storia in un modo così largamente riconosciuto (se si esclude la precedente diffusione negli anni Cinquanta in cui però si trattava di magliette esclusivamente bianche), acquistò un ruolo di primo piano diventando uno strumento perfetto di comunicazione e identità sociale e allo stesso tempo un capo di abbigliamento a tutti gli effetti. Non a caso tutto ebbe inizio proprio da una t-shirt, e qui c’è la sua storia.

Claudio Spuri (Il tatuaggio di stoffa)